C.F.S.? (Cosa facciamo stasera): CAI:Il Regio Tratturo.

CAI:Il Regio Tratturo.

domenica 6 giugno 2010
CLUB ALPINO ITALIANO
Sezione di Benevento

Regio Tratturo: Località Cese Basse (Circello) – Colle S. Martino – Fiume Tammaro, con visita di Santa Croce del Sannio

Difficoltà : E (impegnativa per lunghezza percorso)
Durata: 6.00 ore + soste
Dislivello complessivo in salita: 300 m circa
Dislivello complessivo in discesa:450 m circa

Appuntamenti
ore 7.50-Ritrovo a Piazza Risorgimento e partenza con auto proprie (entro le ore 8.00).
ore 9.30-Inizio escursione in località Cese Basse.

Attrezzatura: Scarpe da trekking, copricapo, giacca impermeabile, colazione a sacco e borraccia.


PER INFORMAZIONI E ADESIONI
REFERENTI: Piero Vorrasi (3343306648) Caterina Martuccio (3332991663)

PERCORSO

Il cammino ha inizio in località Cese Basse (territorio di Circello), con leggera salita e prosegue fin sopra Santa Croce del Sannio, alternando due discese, piuttosto brevi, con corrispondenti salite.

Un tratto pianeggiante si percorre in località Cese Alte, dove nel bel mezzo del tratturo insiste una vecchia casa, di cui fu consentita la costruzione (fatto unico) da uno dei sovrani del regno di Napoli, quale segno di riconoscenza verso un soldato che gli avrebbe salvato la vita in battaglia.

Il percorso fino all’abitato di Santa Croce si svolge quasi interamente su ampio ed agevole sentiero sterrato, snodandosi in un dolce paesaggio collinare, che coniuga, in modo armonico, campi coltivati e macchie di vegetazione boschiva.

Si interrompe il cammino del Tratturo per una visita al centro storico di Santa Croce del Sannio, ricco di antiche chiese e palazzi signorili. Si avrà anche modo di assistere alla tradizionale manifestazione dell’ ”infiorata”.

Qui si consuma anche la colazione a sacco (perdonatemi questo cenno ai meri bisogni corporali).

Ritornati sul Tratturo Regio, si attraversa un’ampia pianura e con una leggera salita si giunge, in meno di una ora, alla cima di Colle San Martino.

In questo tratto, la via della transumanza, che tocca il confine con il Molise, si presenta in tutta la sua ampiezza ed è particolarmente riconoscibile, grazie all’opera della Comunità Montana dell’Alto Tammaro che ha ricomposto gli antichi muretti laterali a secco.

In gran parte del percorso, il viandante solitario è confortato dalla presenza, anche questa merito della predetta Istituzione, di una notevole segnaletica, assimilabile alla tipologia CAI, e da cartelloni informativi riguardo il Tratturo, la sua storia e quella dei luoghi che attraversa.

Da Colle San Martino, che costituisce il punto più alto (m. 850 slm) della via della transumanza in questa area geografica, si gode di un panorama a 360 gradi, che abbraccia le colline ed i monti campani insieme con un’ampia valle e gruppi montuosi del Molise.

Da qui inizia la discesa verso il Tammaro, dapprima leggera, poi con tratti più accentuati, ma comunque priva di qualsiasi difficoltà.

Il tratturo si presenta, nella prima parte, ancora ampio e visibile, ma dopo c.da Corpetto, si ritrova solo uno stretto sentiero o viottolo, che scende attraverso una vegetazione boschiva a macchie piuttosto fitta.

Il percorso riprende l’aspetto tipico della via della transumanza poco prima di giungere alla linea ferroviaria, che si attraversa su un ponte con staccionata, raggiungendo subito appresso la vecchia strada provinciale Sassinoro-Sepino, da percorrere per poche centinaia di metri piegando a sinistra.

Infine, si raggiunge il fiume, che scorre qualche centinaio di metri al di sotto della provinciale.

Qui finisce l’escursione.

Alla prossima, quando attraverseremo il ponte di legno che collega al Molise!

IL REGIO TRATTURO - CENNI STORICI
I narratori fanno risalire la transumanza e le sue vie alla notte dei tempi, i ricercatori alla protostoria. A parte la considerazione che vuole la storia antica trasmessa dalle leggende, in entrambi i casi il significato del fenomeno non cambia, perché comunque esso significò l’avvento della pastorizia transumante organizzata rispetto a quella nomade. Pastorizia che si fondava su due pascoli alternativi uniti da vie erbose srotolate come tappeti dal monte al piano, che poteva contare su aziende di proprietà, che era sostenuta da politiche mirate e da collegamenti capaci di dare vita ad un ricco ventaglio di attività dirette e indirette dentro distretti interregionali. Si rifà a questa matrice l’assetto più antico del territorio, dove i tratturi dettarono la legge del movimento e dell’insediamento, ponendosi alle origini sia della viabilità succedutasi nel tempo che degli insediamenti, per cui è normale imbattersi lungo tali vie, in particolare lungo il tratturo

Il tratturo Pescasseroli-Candela (lunghezza Km.211, con una larghezza che raggiunse m.111 ed oggi ridotta a m.55) è uno dei tratturi più antichi, se si considera che esso è figlio della pista armentizia Sabina-Apulia, battuta dalle greggi nel IV sec. a.C. e sulla quale proprio i Sanniti organizzarono un foro commerciale e centro di accoglienza, sorta di ovinogrill dell’antichità, sostituito nel I secolo a.C. da uno degli sportelli fiscali posti in punti di passaggio obbligato delle greggi, a Roma sui ponti Mammolo, Salario e Nomentano, qui in una splendida città, Saepinum, con foro e basilica, terme, macellum e teatro. Oggi, dopo gli scavi e restauri, sono incastrati tra le case costruite con le pietre romane di riporto e tuttora abitate come se il passato durasse ancora.

In Campania il Regio Tratturo Pescasseroli - Candela attraversa i territori di Morcone, Santa Croce del Sannio, Circello, Reino, Pesco Sannita, San Marco dei Cavoti, San Giorgio la Molara, Buonalbergo, in provincia di Benevento e Casalbore, Montecalvo, Ariano Irpino, Villanova del Battista e Zungoli, in provincia di Avellino.

La rete tratturale costituiva per la valle del Tammaro un’importante via di comunicazione che ne ha determinato anche un certo sviluppo economico. Lungo il suo percorso nascevano, infatti, tutta una serie di strutture, difese, riposi, ristori, taverne, cappelle, conventi, mulini ecc. che sono ancora in alcuni casi riconoscibili anche grazie alla preziosa documentazione lasciataci dagli studiosi locali.

Il territorio di SantaCroce del Sannio, in cui peraltro il tratturo è in alcune località quasi intatto, è risultato molto ricco di testimonianze archeologiche che dall’epoca sannitica arrivano fino all’alto-medioevo. In località Astaracita nei pressi di colle San Martino è stato individuato un pavimento in cocciopesto di età repubblicana mentre ceramica tardo-repubblicana e augustea è stata rinvenuta in località Santa Barbara (San Marco dei Cavoti).

Il rinvenimento più importante è stato di recente quello di una Villa romana in località San Pancrazio venuta alla luce durante i lavori per la costruzione del tratto stradale Santa Croce – Santa Croce scalo. L’esplorazione archeologica ha evidenziato sette ambienti che costituiscono la pars rustica di una villa realizzata lungo un pendio opportunamente terrazzato con un imponente muro orientato N-S costruito controterra con pezzame informe di calcare misto a malta.

Gli ambienti, condizionati dall’affioramento roccioso della zona, sembrano disposti su due terrazzi, tre al primo livello e quattro al secondo. Il muro di contenimento delimita una grande stanza sicuramente adibita alla lavorazione delle olive o dell’uva.

Nell’angolo N-W c’era, infatti, un torchio a vite e pressione di cui è stata rinvenuta la base di calcare a forma di parallelepipedo, il lapis pedicinus, con incassi (i foramina) per gli arbores. Vicino sono state individuate le impronte delle ceste che contenevano i frutti, uva o olive, pronti per essere pigiati. L’ambiente presenta un pavimento in cocciopesto che sembra essere stato rifatto su uno più antico e di migliore fattura, testimoniando, così due fasi d’uso dell’edificio. Attraverso un locale lungo e stretto si accede ad un’ampia stanza che presenta tracce di un piano in cocciopesto e di una vasca quadrangolare intonacata con malta idraulica (lacus) che serviva alla decantazione del liquido appena spremuto con il torchio. Un grosso dolio è conservato in un angolo e altri grossi recipienti simili sono conservati negli altri ambienti riportati alla luce nella parte inferiore.

L’esplorazione archeologica e la ricognizione di superficie effettuata nei dintorni hanno restituito abbondante ceramica ascrivibile ad un periodo che va dal I sec. a.C. al III sec. d.C., e una moneta di Alessandro Severo (222- 235 d.C.) che si aggiunge al doppio sesterzio dell’imperatore Aureliano (270-275 d.C.) ritrovata in zona negli anni ’70.

Questo complesso edilizio trova confronto con la Villa di Settefinestre, presso Cosa in Toscana, che costituisce il più importante esempio di villa romana del periodo repubblicano (I sec. a.C.) (A.A.V.V. - Settefinestre: una villa schiavistica nell’Etruria romana - a cura di A. Carandini, Modena 1985).

Molto interessante è il territorio di Circello dove in località Macchia fu trovata nel 1831 la tabula alimentaris del II sec.d.C., attualmente conservata al Museo delle Terme di Roma, una tavola di bronzo che riporta dettagliatamente i nomi dei possidenti terrieri dell’epoca coinvolti in una grande iniziativa dell’imperatore Traiano, l’INSTITUTIO ALIMENTARIA, che aveva lo scopo di assicurare il sostentamento dei bambini poveri in varie località.

Proprio a Macchia famosi studiosi come J. Patterson e W. Johannowsky hanno localizzato la città dei Liguri Bebiani, una tribù Apuana che nel 180 a.C. venne deportata dai Romani nel territorio beneventano dal console Bebio ,da cui prese il nome.

Scavi effettuati dalla Soprintendenza per i Beni archeologici a Macchia, a partire dal 1982, hanno permesso di riportare alla luce un importante impianto urbano costituito da resti di abitato, da un complesso termale e da strutture pubbliche che si affacciano sul foro di cui è stata ritrovata la pavimentazione.

Delle terme è stato riportato alla luce un frigidarium con pavimento in mosaico realizzato con tessere nere e di colori vari formanti dei riquadri e delle fasce di losanghe che contornano la vasca principale. Di epoca successiva sono un praefurnium, costruito utilizzando una vasca in disuso, e un’officina che costruiva ceramica databile all’alto-medioevo.

Il complesso pubblico è costituito da un’area sacra di cui si conserva un tempio a podio risalente ad epoca tardo ellenistica, di cui si conservano un breve tratto del podio alto m 1,20 e la cella di m. 9,30x 7,80 e da un sacello di età imperiale con podio realizzato in opera cementizia, appoggiato al muro di recinzione.

Dietro di esso fu costruito in epoca successiva un portico con colonne in laterizio nei cui pressi è stato individuato un pozzetto quadrangolare contenente ossa bruciate di piccoli animali, frammenti di lucerne e monete databili all’età flavia.

L’intero complesso in base alle tecniche costruttive, alle ceramiche e alle monete ritrovate può essere datato ad un arco cronologico che va dal 180 a.C. fino alla metà del VII sec. d.C.

Indirettamente l’insediamento di Macchia ci permette di tentare una datazione del Tratturo il cui percorso ha lo stesso orientamento degli edifici dell’abitato messo in luce. Si può ipotizzare che l’antica via di comunicazione, che rivestiva già a quei tempi una grande importanza, abbia condizionato lo schema urbano della città dei Liguri per cui si potrebbe dedurre che era già esistente nel III sec. a.C.

Dopo le testimonianze di età romana, lo svernare delle greggi nel Tavoliere è nuovamente attestato dalla prima età normanna. Allora furono, tra l’altro, emanate le disposizioni che riprese e mitigate da Federico II, costituirono il fondamento del rifiorire dell’attività nel Mezzogiorno. Anche la dinastia angioina riservò particolare attenzione alla
transumanza, oggetto nel 1429 di uno statuto con il quale Giovanna II riorganizzava quella che già allora era la Dogana delle pecore di Puglia. In continuità con tale tradizione e forte dell'esperienza della propria terra d'origine con il privilegio del 1° agosto 1447, Alfonso I d'Aragona mentre nominava nuovo doganiere il catalano Francisco Montluber garantiva nel contempo la libera circolazione del bestiame tra le province abruzzesi e molisane e quelle pugliesi.

La necessità di salvaguardare i percorsi tratturali e il territorio saldo delle poste riservate al pascolo degli armenti transumanti, dalle usurpazioni dei proprietari dei territori limitrofi, dai dissodamenti abusivi dei massari di campo (gli imprenditori agricoli) o dagli abusi degli stessi locati, richiese fin dai tempi più antichi,una vigilanza continua da parte degli ufficiali doganali e dei compassatori (poi agrimensori) che li affiancavano.

Nonostante la dispersione della parte più antica dell’archivio doganale, già dalla fine del XV secolo si ha notizia di operazioni di verifica e reintegrazione dei territori delle locazioni doganali.

Gli effetti sul mondo doganale di vicissitudini interne e di conflitti internazionali, ma anche della corruzione e della connivenza degli ufficiali maggiori e minori della Dogana, costrinsero il potere centrale a intervenire – nel 1489, nel 1492, nel 1508, nel 1516, nel 1533 e nel 1548 – 1553 – con propri delegati per la verifica delle usurpazioni compiute ai danni delle terre a pascolo. Proprio quella ordinata nel 1548 dal viceré Pedro de Toledo e affidata al presidente della Sommaria Alfonso Guerriero e al Reggente di Cancelleria Francesco Revertera, sarebbe stata conosciuta nel mondo doganale come la “generale reintegrazione” alle conclusioni della quale si sarebbe fatto riferimento in tutte le controversie territoriali successive. [1]

A partire dalla reintegra del 1533 l'interesse dei locati e, di conseguenza, quello dell'amministrazione doganale, si rivolse anche alla salvaguardia dei percorsi tratturali. Se in tale reintegra ci si limitò a indicare i tracciati principali, in quella del 1548 – 1553, se ne ordinò il ripristino, ove risultassero usurpati. Solo nel 1574 il doganiere Fabrizio di Sangro – coadiuvato da altri ufficiali doganali – provvide alla verifica dei tracciati principali. A partire dalla reintegra curata tra il 1651 e il 1652 dal reggente Ettore Capecelatro, l'amministrazione doganale ebbe cura di far raffigurare i percorsi seguiti dalle greggi. Come già accadeva per i pascoli, anche per i tratturi a ben poco valsero le continue verifiche e le pene severe previste per gli usurpatori. Prova ne sono le continue rimostranze dei locati e, soprattutto, gli interventi di reintegrazione più o meno periodici ordinati dalle autorità centrali e periferiche. Tra essi particolare rilievo assunsero, per quanto riguarda i tratturi, quello curato dal governatore Alfonso Crivelli nel 1712 e quello di verifica del Pescasseroli – Candela nel 1778. Quando con la legge del 21 maggio 1806 Giuseppe Bonaparte abolì la Dogana e mutò il regime possessorio delle terre del Tavoliere, concesse in enfiteusi agli antichi locati, l'art. 23 della legge previde che i tratturi e i riposi laterali continuassero a essere considerati “come pubbliche proprietà, e come tali reintegrati e garantiti alla pubblica amministrazione”.

A soprintendere al loro ripristino fu, anzi, chiamata la stessa Giunta incaricata di procedere alla censuazione delle terre del Tavoliere. Alla reintegra dei tracciati fratturali si provvide a partire dal dicembre 1809 dopo che il 20 maggio 1807 si era ingiunto agli occupatori di ripristinare lo statu quo ante. Nonostante le disposizioni emanate nel settembre 1811 a conclusione delle operazioni predette e nonostante quanto previsto dalla legge transattiva del 13 gennaio 1817, la tutela dei tratturi continuò a dimostrarsi inadeguata. Nuove verifiche si resero presto necessarie come risulta dal r.d. n.1056 del 1826 e dal Regolamento per la conservazione dei regi tratturi, bracci e riposi laterali dell'agosto 1832. Queste operazioni conclusesi nella prima metà degli anni Quaranta risultano ampiamente attestate dai dettagliatissimi atlanti tratturali custoditi nell'Archivio di Stato di Foggia.

Anche lo Stato unitario si occupò presto della viabilità tratturale. All'art. 10 della legge n. 2168 del 1865 si disponeva, infatti, di conservare i tratturi e i riposi laterali del Tavoliere “per quanto il bisogno lo richied[esse]”. Poco dopo l'art. 23 del Regolamento esecutivo della legge di affranco del Tavoliere (r.d. n. 2211 del 1865) affidò la conservazione dei tratturi alle direzioni delle tasse e del demanio delle province interessate. Ancora una volta il moltiplicarsi delle usurpazioni imponeva nuove operazioni di verifica e reintegra dei tracciati. Con circolare n. 35382/3682 del 1875 il Ministero delle finanza affidò tali operazioni all'Ispettorato forestale di Foggia, presso il quale fu, in seguito, creata una Direzione del servizio di custodia e degli affitti dei tratturi. Delle operazioni di questa ennesima reintegra – che si concluse nel 1884 – restano anche in questo caso, atlanti di grandi dimensioni conservati come i precedenti nell'Istituto archivistico foggiano.

SANTA CROCE DEL SANNIO

Reperti di scavo attestano che il territorio fu abitato sin dall’antichità.
Nell’VIII secolo fu un casale dei benedettini di Cassino che, al tempo delle invasioni saracene, vi innalzarono una croce, da cui il paese trarrebbe il nome.
Conosciuto come Santa Croce, poi come Santa Croce di Morcone, assunse il nome attuale nel 1883 dopo l’annessione alla provincia di Benevento.
Il paese è famoso per aver dato i natali a Giuseppe Maria Galanti (1743 – 1806), uomo politico e celebre economista, a Luigi Galanti (1756 – 1836), geografo e patriota, nonché a Girolamo Vitelli (1894 – 1935), insigne filologo e papirologo.
E’ sede dell’Istituto Storico Galanti.